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Il mercato del lavoro sardo non sta vivendo un momento positivo. Lo si evince da un recente studio curato dall'Osservatorio del mercato del lavoro dell’Aspal (Agenzia regionale per il lavoro) che evidenzia una situazione dai toni più neri che grigi. A preoccupare, dopo il lockdown, è l'importante crescita degli inattivi: coloro che un'occupazione non la cercano nemmeno più. Così tanti che hanno fatto calare, paradossalmente, il numero di colro che vengono classificati come disoccupati.

“Al momento si contano circa 58mila posti di lavoro in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”, afferma Massimo Temussi, direttore generale dell’Aspal. Tuttavia, lo stesso Temussi tiene a precisare che si può trarre un grande vantaggio dal periodo che stiamo attraversando. “Bisogna sfruttarlo per acquisire nuove competenze e certificazioni. Cosa che in altri momenti non si potrebbe fare”. Inoltre la Regione sta attivando numerose misure di politica attiva necessarie per la ripartenza.  "Se abbiamo seminato bene, se tutto riparte a febbraio-marzo potrebbe essere una stagione di segno più”. 

Qual è lo stato di salute del mercato del lavoro in Sardegna?

“Si contano circa 58mila posti di lavoro in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.  Sono percentuali altalenanti, il picco lo abbiamo avuto a maggio quando tutto era completamente fermo a causa del coronavirus. Tuttavia stiamo cercando di aumentare l’occupabilità per poter ripartire.  Gli effetti economici della crisi non li vedi nell’immediato, ma in prospettiva. Se abbiamo seminato bene, se tutto riparte, a febbraio-marzo potrebbe essere una stagione di segno più”.

Quali sono i settori più colpiti?

“Il settore che più di tutti ha inciso sulle migliaia di disoccupati è il turistico, diretto e indiretto. Il dato positivo è che negli ultimi quattro anni, il mercato delle vacanze ha avuto un’impennata, creando circa 70mila posti di lavoro. Questi ora li abbiamo persi, perché siamo tornati indietro almeno di 4 anni. Ma, ovviamente la situazione ora è così in tutta Italia”. 

 Quali sono le prospettive?

“Stiamo cercando di investire il più possibile nelle politiche attive per riattivare il lavoro con incentivi forti.  Questa Giunta lo sta facendo. Per esempio si pensi all’ultima delibera su 18 milioni di euro di incentivi indirizzati a diverse tipologie di soggetti, quelli rimasti fuori dal mercato del lavoro.  Poi ci sono gli incentivi alle imprese erogati dall’assessorato del Lavoro che vanno dai 30 ai 70mila euro. Oppure quelli dell’assessorato alla Programmazione che invece dà liquidità. Le misure sono diverse e ce ne saranno altrettante. Ma, per riattivare il lavoro non sono bastate in nessuna regione d’Italia e d’Europa.  Adesso sarà determinante la spesa corretta dei fondi che arrivano dal Recovery Fund - che sarà una vera leva finanziaria - e la ripartizione della partenza 2021 del nuovo percorso di programmazione. Questo vede quasi un raddoppio di fondi a favore della Sardegna sui punti prioritari che sono: il Fondo Sociale Europeo, che riguarda l’attivazione del lavoro, e il Fondo europeo di sviluppo regionale, per gli investimenti di infrastrutture.  Questi due fondi insieme sono positivi. Da un lato perché sono rientrati nel cosiddetto obiettivo uno. D’altro lato, il raddoppio delle risorse fa sì che ci siano quasi due miliardi e mezzo da investire totalmente in Sardegna.  Sono cifre di tutto il rispetto che possono sicuramente riattivare l’economia della nostra regione. Devo dire che questa Giunta sta facendo uno sforzo veloce e forte in questa direzione”.

Se uno guarda alle tabelle la disoccupazione in Sardegna è diminuita... 

“Paradossalmente è così: è un effetto classico nel breve periodo. Ma in realtà l’effetto vero e proprio della disoccupazione non lo abbiamo ancora visto, perché le aziende, attualmente, non possono licenziare. Non sappiamo quanti disoccupati reali ci sono perché c’è il blocco licenziamenti. Quando questo finirà vedremo l’impatto sull’economia reale.  Adesso le persone sono state messe in cassa integrazione. Si è fatta una proroga per il rinnovo, quindi gli effetti reali sull’economia del lavoro non li sappiamo.  In questo momento le persone si trovano in una fase di limbo, non stanno neanche cercando un lavoro perché sono confuse, hanno bisogno di una guida”. 

Quali possibilità ci sono?

“Bisogna sfruttare questo periodo per acquisire competenze. Cosa che in altri momenti non si potrebbe fare.  Si possono rafforzare le competenze che già si hanno o assimilarne delle nuove e prendere certificazioni.  Quello che ora stiamo facendo è ripartire con delle misure di politica attiva.  Per esempio sulle grosse vertenze: tra Porto Canale e che Air Italy, ci sono 600 lavoratori. Quello che possiamo fare per loro, come agenzie e come assessorato in particolare con accordi ministeriali, è dare una formazione, in alcuni casi anche di riconversione professionale o di certificazione delle competenze per far sì che a febbraio, post Covid, - se Dio vuole - riparta un po’ di economia. Così, le persone si saranno nel frattempo professionalizzate o avranno un certificato delle competenze che prima non avevano.  Oggi una delle parole chiave per la ricerca del lavoro è certificare le competenze.  Le aziende cercano persone con un certificato di competenza acquisita, un corso professionalizzante dal punto di vista sia teorico che pratico. È importante tenere a mente che in questo momento ci sono centinaia di migliaia di posti di lavoro disponibili, in tutta Europa, che non trovano risposta perché non ci sono i curriculum adeguati. Questo è l’effetto dell’innovazione digitale degli ultimi anni, che va a ritmo velocissimo cerando posti di lavoro che prima non c’erano”.



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