A Torino, il vantaggio e poco più. Ordine e applicazione non bastano. E la classifica si complica. Adesso, Napoli e Roma in quattro giorni
Mario Frongia
Innanzitutto, i fatti: il Cagliari dei 3 punti di vantaggio dal terzultimo posto si è inabissato. Con quattro punti in nove gare - undici in tredici, ultima vittoria a Lecce, 23 settembre, in precedenza in casa, con il Parma - i rossoblù sono stati ripresi dal Genoa e superati proprio dal Lecce dell’ex Di Francesco, dato per morto prima dell’ora. E, con undici lunghezze alla pari di Parma e Genoa, la distanza dal terzultimo posto che conduce in B per Luperto e soci si è ridotta ad appena un punto. C’è da preoccuparsi? Sì e no. A neanche un terzo di campionato tutto può accadere. Di mezzo, c’è il mercato di gennaio, la questione stadio/ingresso del fondo speculativo americano, una nobile che non dovrebbe far parte delle ultime, la Fiorentina, il Verona che pare in forte difficoltà ma non è il Monza dello scorso campionato, tanti scontri diretti. Ma sarebbe meglio tarare subito le frequenze giuste e indossare elmetto e paradenti. Oltre a calarsi in fretta in quella dimensione da battaglia e spirito di sacrificio che fa parte del curriculum di chi si vuole salvare.
Occasione sprecata. A Torino, con una Juve asmatica, fragile, in forte difficoltà, frastornata dai fischi dei propri sostenitori, con Spalletti che è parso un lontano parente del “Lucio” che sbrana i suoi e gli avversari, si poteva fare di più. Ad esempio, non è tempra ideale di chi deve lottare per stare in A, passare meritatamente in vantaggio e farsi riprendere in neanche un minuto. La Vecchia Signora era in bambola, la contestazione dura: l’1-0 era il momento per essere davvero squadra. Cattiva, sporca e cinica. Ma anche umile e di carattere. Invece, tutti al bar a festeggiare il terzo gol di Esposito, su assist stellare di Palestra, e stendere un tappetino a Yildiz, fenomenale di suo anche senza regali. Male. Anzi, malissimo. E non solo. Nel momento in cui si deve stringere i denti, picchiare il giusto e con intelligenza e pazienza se la palla arancione finisce nel Po, Folorunsho e compagnia sono riusciti a farsi trovare ancora una volta sotto tono a una manciata di secondi dalla fine del primo tempo. Altra ingenuità, altra magia di Yildiz. Che poi Conceicao abbia iniziato a carburare, Cambiaso sia stato cosa diversa da Kostic, McKennie e Locatelli - il regista della Nazionale, non siamo messi benissimo! – abbiamo sbagliato di meno e giocato a un ritmo migliore, è stata solo la conseguenza di un Cagliari debole, a tratti presuntuosetto, poco abile nel cogliere di sorpresa una Juve sofferente. Senza Vlahovic dopo mezz’ora, stanca e poco lucida con addosso la rimonta in Coppa con il Bodo. Dunque, con buona pace del drappello di ultras travestiti da cronisti, una sconfitta meritata.
Perplessità, dubbi, rischi. Fabio Pisacane per la tredicesima gara di fila mostra un undici diverso. Spedisce Prati in panca e lancia Liteta: adesso, con il senno di poi ma con l’esperienza del prima, si può dire che il debutto è stato alquanto temerario. Altra novità: Deiola stopper su Vlahovic, causa forfait di Mina. Il centravanti si è fatto male, ma la scelta centimetri e abnegazione se pare aiutare nell’immediato, non basta né per vincere, né per stare in A. Ancora panchina per Gaetano, campo e minuti per Kilicsoy, l’eterno sconosciuto, e per Idrissi, zero minutaggio per Luvumbo - e c’è da chiedersi quali siano le ragioni di un’involuzione evidente - qualche strappo interessante di Felici. A Per cornice le prove poco edificanti di Adopo e Folorunsho. Poco per graffiare la Juve. In sostanza, la giostra non è delle più divertenti. E la scaletta si annuncia piuttosto impegnativa: a Napoli per la Coppa Italia (mercoledì alle 18), la Roma domenica alla Domus, l’Atalanta a Bergamo, sabato 13. Un mix che rivela fin troppe insidie, per la classifica e per il morale.
